Una Web Tax “all’italiana” per contrastare il fenomeno elusivo online

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Una Web Tax “all’italiana” per contrastare il fenomeno elusivo online

Dopo un percorso travagliato, la Commissione Bilancio del Senato ha dato il via libera alla cosiddetta Web Tax: fortemente voluta dal Presidente della Commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, la nuova imposta al 6 % sulle transazioni online entrerà in vigore dal 1 Gennaio 2019 e dovrebbe portare un gettito fiscale di 114 milioni di Euro. Escluse piccole imprese e agricoltori.

Il forte sviluppo della tecnologia ed internet hanno dilatato i volumi degli affari realizzati tramite il commercio elettronico, intensificando, fra le varie issues, il fenomeno elusivo online: da un lato, internet e il commercio elettronico favoriscono modalità immateriali di produzione del reddit0, caratterizzate dall’assenza o dal superamento di formali confini territoriali, dall’altro lato, la potestà impositiva dello Stato è limitata solo entro il suo ambito territoriale.

Da qui nasceva, sin dal 2015, con la proposta di legge degli On. Quintarelli, Sottanelli, Melissa, Bossio, Rabino, l’idea del Parlamento Italiano di  introdurre una Web tax, onde contrastare la diffusione di strategie di tax planningche, ancora oggi, generano l’erosione della base imponibile nei Paesi a fiscalità ordinaria.

Per colmare tale “gap”, venivano individuate specifiche priorità:

1) determinare esattamente la residenza fiscale dei soggetti impegnati nel commercio elettronico, dando prioritaria rilevanza al luogo di effettiva direzione dell’impresa;

2) individuare il luogo di riferimento di erogazione dei servizi, particolarmente rilevante laddove l’impresa non si limiti a svolgere attività ausiliarie e preparatorie dell’impresa (quali raccolta dati, servizio informazioni, pubblicità, ecc.), ma funzioni principali, afferenti al business dell’impresa e protratte per un sufficiente periodo di tempo in un determinato luogo.

  • La proposta di legge degli On. Quintarelli, Sottanelli, Melissa, Bossio, Rabino

Come detto, sin dal 2015, con la proposta di legge firmata dagli On. Quintarelli, Sottanelli, Melissa, Bossio, Rabino, il Parlamento Italiano vagliava la possibilità di introdurre una Web Tax.

Nel dettaglio, il Parlamento si muoveva in una duplice direzione: da una parte, prevedeva una ridefinizione del concetto di Stabile Organizzazione (SO) di cui all’art. 162 TUIR, introducendo la nozione di “Stabile Organizzazione virtuale”, e ponendo, a tal fine, l’attenzione su determinati elementi, quali ad esempio, la localizzazione in Italia di un fornitore di servizi addetto alla gestione del servizio online (purché si tratti di “un agente dipendente dall’impresa che opera in nome e per conto della medesima”), ovvero la localizzazione in Italia di un server a condizione che l’attività svolta tramite lo stesso sia “significativa ed essenziale per l’impresa”; nel contempo proponeva  una specifica “disposizione antielusiva”, secondo la quale una SO in Italia avrebbe dovuto considerarsi in ogni caso sussistente (a prescindere, quindi, dall’integrazione dei requisiti della SO virtuale) qualora si fosse realizzata “una presenza continuativa” di attività online riconducibili all’impresa non residente, che si fosse protratta “per un periodo non inferiore a sei mesi e sia tale da generare flussi di pagamento non inferiori ai 5 milioni di euro”.

Dall’altra ipotizzava, al superamento delle predette soglie l’introduzione di una misura analoga alla Google tax britannica, nonché conforme all’ opzione al vaglio dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), ossia una l’applicazione di una ritenuta alla fonte nella misura del 25 % sui pagamenti effettuati nei confronti dei soggetti non residenti e relativi all’acquisto di beni e servizi digitali (e del 30% per i pagamenti effettuati in favore delle persone fisiche), incaricando di tale adempimento gli “intermediari finanziari” che intervengono nella riscossione; contestualmente, prevedeva anche l’integrazione dell’art. 23 TUIR, attraverso l’introduzione di un nuovo criterio di collegamento che avrebbe consentito di ritenere prodotti in Italia “i redditi derivanti da transazioni online, relativi a pagamenti effettuati da soggetti residenti all’atto dell’ acquisto di prodotti o servizi digitali presso un e-commerce provider estero”.

Inoltre, secondo quanto precisato nella relazione accompagnatoria al progetto di legge in commento, la ritenuta del 25 % avrebbe trovato applicazione laddove fosse scattata la presunzione di “stabile organizzazione occulta”: l’obiettivo, evidentemente, era quello di indurre il soggetto non residente a dichiarare spontaneamente l’esistenza di una SO italiana, posto che la ritenuta sui ricavi lordi non sarebbe stata effettuata qualora questi avesse avuto una SO in Italia ai sensi dell’art. 162 TUIR, nel qual caso il reddito sarebbe stato determinato in base alle regole ordinarie del reddito di impresa. E in effetti, quantomeno nelle intenzioni dei proponenti, la proposta in esame avrebbe avuto l’effetto di porre gli operatori dell’economia digitale in condizione di scegliere se subire un prelievo del 25 % sui ricavi ottenuti in Italia o se, a fronte del rischio automatico di segnalazione della presenza digitale da parte degli stessi intermediari, dichiarare la SO; in tal caso sarebbero stati obbligati a redigere un vero e proprio bilancio in cui imputare i ricavi realizzati in Italia e la quota di costi ad essa attribuite.

  • L’emendamento approvato in commissione Bilancio

Dopo annunci, diatribe su tempi e ambiti di applicazione, nonché ultime correzioni, la Commissione bilancio ha recentemente dato il via libero all’emendamento che introduce, a decorrere dal 1 Gennaio 2019, attesa l’emanazione di 3 decreti attuativi, la cosiddetta Web Tax.

Si tratta, nella specie, di  un’imposta del 6% sulle transazioni digitali relative a prestazioni di servizi, effettuate tramite mezzi elettronici, da parte delle imprese che operano nel mercato digitale, con un gettito fiscale stimato intorno ai 114 milioni di euro su base annuale a partire dal 2019; ciò é quanto emerge dalla relazione tecnica predisposta dal Governo sull’emendamento.

Ma come funziona la Web Tax e quali sono i soggetti incisi dall’imposta?

Stando all’attuale formulazione del Dossier di Documentazione pubblicato dal Senato il 27 novembre 2017, i soggetti incisi dall’imposta dovrebbero essere sia le imprese non residenti in Italia e le stabili organizzazioni si soggetti non residenti, sia le imprese residenti nel nostro territorio. Restano escluse dall’ambito di applicazione della norma, i seguenti soggetti:

  1. le imprese agricole;
  2. i soggetti che abbiano aderito al regime forfetario per i contribuenti minimi introdotto dall’articolo 1, commi 54-89 della legge di stabilità 2015 (legge 23 dicembre 2014, n. 190);
  3. chi abbia aderito alle agevolazioni per l’imprenditoria giovanile ed i lavoratori in mobilità previste dall’articolo 27 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98(25) .

Come detto, l’imposta interviene sulle transazioni digitali relative a servizi effettuati tramite mezzi elettronici, ossia “quelli forniti attraverso Internet o una rete elettronica e la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata, corredata da un intervento umano minimo e impossibile da garantire in assenza della tecnologia dell’informazione” . (cfr. comma 9)

L’aliquota prevista per l’imposta è pari al 6 per cento, e sarà calcolata sull’ammontare dei corrispettivi relativi alle prestazioni di servizi, al netto dell’IVA, indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione.

  • Credito di imposta per i soggetti residenti

Per le imprese residenti, al fine di evitare una doppia imposizione, l’emendamento de quo ha previsto  l’introduzione di un credito d’imposta pari al 6% da utilizzare per il versamento delle imposte sui redditi.

Il credito d’imposta potrà essere utilizzato in compensazione, limitatamente ai debiti relativi a: imposte sui redditi, relative addizionali e ritenute alla fonte riscosse mediante versamento diretto; imposta regionale sulle attività produttive e addizionale regionale sull’imposta del reddito delle persone fisiche; contributi previdenziali e assistenziali dovuti dai datori di lavoro e dai committenti di prestazioni di collaborazione coordinata e continuativa; premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (lettere a), d), f) e g) del comma 2 dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241.

La compensazione dovrà avvenire con modello F24 in modalità telematica e sarà fruibile a partire dal giorno 16 del mese successivo alla scadenza per la presentazione della dichiarazione dei redditi.

  • Banche come sostituti d’imposta

Le Banche e gli intermediari finanziari assumeranno un ruolo rilevante con riferimento alle prestazioni di servizi rese dai soggetti non residenti e privi di Stabile Organizzazione in Italia: essi agiranno come sostituti d’imposta e dovranno applicare una ritenuta d’imposta con obbligo di rivalsa sul soggetto che percepisce i corrispettivi.

A tal proposito, tuttavia, potrebbero ravvisarsi i primi profili di criticità. Diversamente dai sostituti d’imposta, che conoscono le ragioni dei pagamenti ai propri fornitori e dispongono delle informazioni necessarie per poter stabilire quando applicare la ritenuta, infatti, le banche che intervengono nei pagamenti sarebbero gravate da un onere non facile da assolvere, senza considerare che, incaricandole dell’applicazione e del versamento delle ritenute per i pagamenti effettuati dalle web companies  estere, le si renderebbe direttamente responsabili nei confronti del Fisco italiano.

Sul punto, Dario Stevanato, professore ordinario di diritto tributario all’università di Trieste, in una recente intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, critica aspramente tale aspetto e, al tempo stesso, si chiede: “Ma come fa l’istituto a sapere per che cosa il suo cliente sta pagando? Immagino che dovranno essere le imprese italiane a sobbarcarsi l’onere di comunicare l’oggetto della transazione usando un particolare format per fare il bonifico”.

  • Nuovi criteri per l’individuazione di una Stabile Organizzazione

L’individuazione della Stabile Organizzazione (SO) di un’impresa, come noto, riveste notevole rilevanza, posto che da ciò dipende l’indicazione dello Stato che ha diritto ad esercitare la “potestà impositiva” (ovvero lo Stato che ha il diritto di applicare le imposte) a carico del soggetto “non residente” che nel territorio di tale Stato abbia posto in essere operazioni commerciali.

Con l’emendamento Mucchetti, vengono introdotti nuovi criteri per le individuazioni delle SO, onde attenuare il nesso tra la presenza fisica di un’impresa all’interno del territorio dello Stato e imposizione fiscale.

Nel dettaglio, per effetto delle modifiche introdotte con la Legge di Bilancio 2018, una SO in Italia sarà considerata in ogni caso sussistente per:

  • le entità connotate da  “una significativa e continuativa presenza economica nel territorio dello Stato costruita in modo tale da non farne risultare una (..) consistenza fisica nel territorio dello stesso.  
  • in generale, per luoghi relativi “alla ricerca e sfruttamento di risorse di qualsivoglia genere”.

Il soggetto preposto all’accertamento sarà l’Agenzia delle Entrate, la quale, in contraddittorio con gli interessati, dovrà valutare quanto un l’attività di soggetto non residente, privo di stabile organizzazione in Italia, possa essere ritenuta rilevante ai fini impositivi, ciò tenuto conto dei seguenti fattori:

  • numero di operazioni effettuate: non inferiore alle 1.500 unità;
  • valore economico: non inferiore a 1.500.000 euro in un semestre. Il superamento di tale soglia determina la necessità di verifica sull’effettiva natura dell’attività svolta dal soggetto.

L’avvenuto superamento delle predette soglie, il cui accertamento sarà effettuato tramite lo spesometro, dovrà essere comunicato dall’Agenzia delle Entrate ai soggetti interessati entro e non oltre 30 giorni.

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By | 2017-11-28T15:43:46+00:00 November 28th, 2017|tematiche di diritto italiano, Uncategorized|0 Comments
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